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9.04.2019

Devourer - Dawn of Extinction (2019)

Per chi ha fretta:
Dawn of Extinction (2019), terzo album degli svedesi Devourer, è un piccolo gioiellino nel suo genere. Se il suo mix tra una base black e suggestioni death non è niente di nuovo, nelle mani del gruppo funziona alla grande. Merito di un songwriting maturo e competente, che sa come svariare in maniera efficace tra tantissime sfumature: dà a ogni canzone la sua personalità, e rende l’album interessante in quasi ogni suo momento. È proprio questo il segreto di brani meravigliosi come la opener The Sculpting Hands of Doom, Beast of Famine, Nihil e Evighetens Bila, picchi di una scaletta tutta di alto livello anche al di là di una lieve flessione nel finale. Anche per questo alla fine Dawn of Extinction si rivela un capolavoro nel suo genere, e può fare la felicità di tutti i fan del black e del death metal!

La recensione completa:
Per quanto riguarda il metal estremo, la Svezia è uno dei paesi più ricchi al mondo, forse il più ricco in assoluto. Con una scena black seconda solo a quella della vicina Norvegia e una death che a mio avviso non ha rivali, sia per livello qualitativo che per varietà, è una fucina da cui sono uscite miriadi di perle di entrambi i generi, e non solo di essi. Perle che peraltro non ha mai smesso di produrre: ancor oggi, dal paese scandinavo escono fuori dischi splendidi, come per esempio Dawn of Extinction dei Devourer. Terzo lavoro di una carriera iniziata nel 2002 ma molto povera di uscite fino all’esordio sulla lunga distanza All Hope Abandon del 2013, si tratta di un lavoro di gran spessore e maturità, a partire dal genere. Gli svedesi al suo interno mescolano una base più spostata verso il black con cospicui influssi death, specie a livello di riffage: il risultato è un assalto guerreggiante, oscuro e feroce al punto giusto. Quello tra i due stili è un connubio molto classico, e del resto Dawn of Extinction non brilla granché per originalità: nelle mani dei Devourer, è però un suono che funziona alla grande. Merito in primis delle tante sfumature che la band riesce a dargli: oltre ad alcune suggestioni da altri generi, in verità non troppo frequenti, gli svedesi lavorano soprattutto  per la varietà generale. Per quanto rabbioso ed esasperato, il loro non è un assalto continuo, né cerca a tutti i costi la malvagità: nessuno dei due fattori manca ai Devourer, che però puntano a curare bene sopratttutto la visione complessiva e la musicalità dei brani.  Ed è proprio questo il fattore vincente di Dawn of Extinction: un songwriting maturo e competente, che sa bene quando cambiare strada, quando aggredire e quando invece rallentare i ritmi, dosando con maestria ogni elemento. È il segreto all’origine di una scaletta piena di grandi spunti e di tracce ognuna con la sua personalità unica: qualcosa di raro nel mondo metal di oggi, in cui regnano omogeneità e ridondanza. Insomma, parliamo di un disco di livello assoluto, che anche a dispetto di qualche calo di tensione si rivela un gioiellino più che degno d’attenzione!

Dawn of Extinction comincia da un breve intro classico, oscuro, con suoni ambient abissali. Circa mezzo minuto, poi dal baratro comincia ad affiorare il riff di The Sculpting Hands of Doom: è lento ma minaccioso coi suoi toni black, freddi come il ghiaccio. Sembra quasi l’inizio di un crescendo lentissimo, strisciante, e per quasi un minuto in effetti è così, ma poi i Devourer accelerano di colpo, un vortice nervoso e potente. E col tempo, lo diventa anche di più: è l’inizio di una lunga falsariga che corre a perdifiato, tra martellate di puro death metal rette dal blast beat battente e rapidissimo e frazioni lente ma sempre rabbiose, in cui si rilancia l’anima più black del gruppo. È questa a reggere buona parte della traccia, un flusso continuo che graffia sia nei momenti più diretti che in quelli più esasperati. Ne è un gran esempio l’escalation sulla trequarti, che unisce la ferocia del black a là Mayhem con influssi death e moderni, per una frazione di impatto assoluto, disperata e al tempo stesso di ferocia allucinante. C’è spazio per rifiatare solo al centro, in una frazione più espansa: a fare da ritmica è lo strisciante basso di John Falk, mentre le chitarre vanno avanti a lungo con lugubri armonizzazioni. Prima che la musica  riesploda, dà al tutto un tocco di oscurità con persino un certo calore: non stona però in un brano tempestoso come questo, anzi lo aiuta a non annoiare pur nei suoi otto minuti e mezzo di durata. Che dire: abbiamo il primo grande episodio di un lotto appena all’inizio, nonché uno dei migliori in assoluto del disco che apre! La successiva Beast of Famine comincia subito concitata, un attacco black che crea insicurezza e un senso lugubre: è lo stesso che si mantiene quando poi il complesso entra nel vivo fuggendo. Ci ritroviamo allora in un tornado dissonante e furioso di forte nervosismo, che sul blast beat avanza a lungo, tra momenti macinanti e altri invece di atmosfera fredda, puro black metal delle origini, con in più qualche stacco obliquo, di vago influsso punk. Questa norma fa bella mostra di sé all’inizio e nel finale, ma al centro i Devourer rallentano i ritmi: non che questo voglia dire molto, visto che il tutto si fa persino più oscuro. Merito di un riffage grasso, debordante, con un ritmo dalle suggestioni persino industrial – richiamato anche da qualche dissonanza – che sia nei momenti più cadenzati che in quelli più veloci colpisce alla grande. Il risultato è una frazione martellante, che ben si sposa con l’anima più dinamica in un episodio grandioso, non tra i picchi del disco ma poco lontano!

Nihil stacca dai ritmi serrati sentiti in gran parte del tempo fin’ora per un avvio lento, di influsso doom; l’inquietudine tuttavia rimane la stessa. È un’aura che resta ben presente anche all’arrivo del pezzo vero e proprio, che per una volta non scatta: il ritmo si fa più sostenuto, ma rimane contenuto, mentre a dominare sono lo scream gutturale di Fredrik Håf e le venature black della chitarra. Si viene così a creare una bella tranquillità oscura, sinistra: dura poco, però, prima che tutto si spenga in un vuoto ancor più orrorifico, fatto di riff doomy rarefatti e urla spaventose. Potrebbe quasi sembrare un outro, ma poi il pezzo si riprende alla grande, uno sfogo blasfemo che lascia da parte ogni indugio e comincia ad alternare martellate sulfuree che ricordano i Behemoth e frazioni quasi melodiche, ma di una melodia allucinata, stridente. Il tutto confluisce in una frazione di trequarti devastante, con un riffage meraviglioso per potenza e oscurità, che si alterna coi ritorni all’origine, seppur riletta in una versione più serrata e ansiogena. È  quest’ultima norma a portare alla fine al meglio un altro brano grandioso, un altro dei picchi assoluti di Dawn of Extinction! Dopo un avvio così sfolgorante era facile perdere il filo, ma non è ciò che capita ai Devourer: se con Redemptive Suicide l’asticella si abbassa, lo fa giusto di poco. Sin dall’inizio, pende più sul black rispetto a quanto abbiamo sentito fin’ora, il che dà al lento attacco un tono davvero lugubre, strisciante. Dà il là, dopo qualche tempo, a una fuga vorticosa, quasi caotica, a tinte “norvegesi” e classiche, con giusto qualche venatura dal death sentito fin’ora. Ma questo elemento non è sparito: torna nei lunghi stacchi con cui si alterna la norma, sparati alla massima velocità e con l’impatto di un maglio da demolizione. Non c’è molto altro in una canzone che corre a perdifiato verso la fine dei suoi appena tre minuti e mezzo, ma senza sembrare incompleta: anzi, abbiamo una bella scheggia di oscurità e ferocia, che non spicca moltissimo nel disco ma sa benissimo il fatto suo!

Evighetens Bila parte di nuovo lenta, ma nel suo caso non è plumbeo come al solito: l’oscurità non manca, ma in questo caso è mogia, con un certo calore. Ed è una componente che non svanisce: anche quando la musica accelera, ci ritroviamo in un ambiente preoccupato più che di aggressivo, nonostante il macinare di ritmiche maschie e possenti. Spesso in scena è presente un senso melodico che rende il riffage avvolgente, di buon peso emotivo; quando invece così non è, quando la band vira più su un martellante death, ha sempre qualcosa di orecchiabile, di accogliente. Paradossalmente, il brano diventa più freddo e inquietante quando i ritmi scendono: la sezione centrale si rivela espansa, con un riffage lento di influsso doom su cui si posano dissonanze black ed echi vocali cupi, davvero spaventosi. Ma non va avanti troppo a lungo, prima di tornare verso un ambiente più accogliente, quasi da melodeath per preoccupazione, nonostante lo scream rabbioso di Håf: è forse l’attimo più intenso del disco, e funziona benissimo come raccordo per la ricomparsa della norma. Una norma più feroce e fredda, che però mantiene il tocco precedente tra le righe, per poi farlo uscire nel dimesso finale, a cui si unisce con gli influssi doomy già sentiti. È la giusta conclusione per l’ennesimo grande pezzo di Dawn of Extinction: non sarà tra i suoi picchi, ma non si rivela nemmeno troppo lontano! È quindi il turno di Narconemesis: comincia preoccupata e quasi melodica, ma poi si sposta su coordinate più arcigne e possenti, col suo riffage di base che sin dall’inizio è lento ma battente, inesorabile. A volte è più rarefatto, altrove invece graffia di più, e martella ossessivo per tutta la prima parte, a eccezione di un breve stacco di pura atmosfera poco dopo l’inizio. Ma poi la musica comincia a evolversi, facendosi pian piano più vorticosa e rapida, con un’urgenza che sale in maniera palpabile, travolgente. È uno sfogo breve, come breve è il finale, che correda la norma di base con lead dissonanti della chitarra di Falk per un effetto lugubre e intenso. In pratica, è tutta qui una canzone non brevissima ma semplice: non un , comunque, visto che intrattiene sempre e  non annoia mai!

Conjuring the Cleansing Inferno prende vita da un campionamento oscuro su una base ambient, che dà al tutto un senso subito oscuro: azzeccato, visto che poi lo è anche di più quando parte. Ci ritroviamo di colpo in un assalto di base death metal, molto più spinto in questo genere rispetto a quanto sentito fin’ora, col blast beat e bordate ritmiche notevoli a formare una base molto vorticosa. Altrove però la band cambia direzione verso qualcosa di sempre frenetico ma meno asfissiante a livello musicale: in compenso, torna fuori il lato black dei Devourer, a rendere queste frazioni blasfeme e ferali al punto giusto. L’unico momento in cui si può un po’ tirare il fiato è sulla tre quarti, con una frazione dinamica ma molto più armoniosa del resto, preoccupata e ansiogena. È un bel diversivo per un’altra scheggia breve e lineare, ma ancora di gran impatto: se rispetto alle altre tende a sparire e risulta addirittura il picco negativodi Dawn of Extinction, il livello rimane alto, e in qualunque disco medio avrebbe brillato molto di più! A questo punto i giochi sono quasi al termine: c’è rimasto spazio solo per Of God’s Ruin, che attacca in maniera spiazzante, obliqua e con un ritmo cadenzato, seguito da un riffage che estrania, eppure al tempo stesso si rivela molto orecchiabile, almeno in relazione al genere. A tratti lo aiutano anche venature di chitarra quasi stridenti, che gli danno un tono strisciante, sinistro, come anche lo scream di Håf: è una frazione molto particolare, ma di gran efficacia. Questo fattore non cambia anche quando il pezzo comincia a progredire, finché non ci troviamo in un’altra corsa a perdifiato, veloce e furiosa come gli svedesi ci hanno già abituato. È un passaggio quasi caotico, tra momenti che rileggono con urgenza le coordinate già sentite e altri invece più dirette, che avanzano con l’energia di un treno in corsa, ma molto avvolgente: incide a lungo finché l’avvio non torna. Allora l’evoluzione già sentita si ripete, almeno all’inizio, ma il macinare stavolta dura poco, prima di virare su qualcosa di lento, sempre battente ma stanco in maniera voluta. È un finale quasi abbattuto ma avvolgente, azzeccato dopo tanta devastazione: insomma, l’album si conclude come meglio non avrebbe potuto, con una traccia non al livello delle migliori qui dentro ma di nuovo ottima!

Per concludere, Dawn of Extinction è un grandissimo lavoro, con tanta sostanza e nemmeno un brano meno che buono. Certo, si può anche trovare il pelo nell’uovo e dire che senza la lieve flessione della seconda metà (se poi di questo si può parlare, visto che la qualità rimane alta), forse sarebbe potuto essere anche meglio, forse persino perfetto. Ma ci si può di gran lunga accontentare così: se non altro, parliamo di un capolavoro con ogni dettaglio al suo posto per poter fare la felicità di ogni amante del black e del death metal che si rispetti. Ecco perché, se lo sei, non posso far altro che invitarti a scoprire i Devourer!

Voto: 90/100

Mattia

Tracklist: 
  1. The Sculpting Hands of Doom - 08:22
  2. Beast of Famine - 05:02
  3. Nihil - 06:10
  4. Redemptive Suicide - 03:15
  5. Evighetens Bila - 07:47
  6. Narconemesis - 04:28
  7. Conjuring the Cleansing Inferno - 03:40
  8. Of God's Ruins - 06:21
Durata totale: 45:05

Lineup:
  • Fredrik Håf - voce
  • John Falk - voce, chitarra, basso
Genere: black/death metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Devourer

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