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7.05.2018

Domande e Risposte - The Blacktones

Il metal italiano sta morendo? In questi mesi mi è capitato ogni tanto di chiedermelo: se non altro, per la mia attività con Heavy Metal Heaven ho constato che nell’ultimo periodo di  band nostrane da recensire ne arrivano sempre meno. Tuttavia, anche ammesso che la quantità di band e di uscite stia calando, la qualità rimane abbastanza alta: alcuni gruppi, è vero, non sono granché, ma altri come i cagliaritani The Blacktones tengono altissima la bandiera del metal nostrano. Il loro secondo album The Day We Shut Down the Sun è una piccola perla di originalità e freschezza, un capolavoro che non passa inosservato: di conseguenza, come sempre in questi casi ho chiesto alla band di partecipare alle nostre “Domande e Risposte”. Per i sardi mi ha risposto il cantante Aaron Tolu - e in minima parte anche gli altri membri dei The Blacktones: a loro la parola, dunque.

Come prima cosa, vi va di raccontarci la storia del vostro gruppo?
Aaron Tolu: Certamente! Il gruppo è nato nel 2011 da una idea di Gianni e Sergio. Inizialmente era un gruppo strumentale, poi si è deciso di inserire parti vocali, con l'ingresso di Simone Utzeri alla voce, in tempo per la pubblicazione dell'EP “Distorted Reality”. A completare la formazione, Maurizio Mura (Elepharmers) alla batteria. Segue un periodo di live costanti, che porta alla preparazione del primo full length della band. Durante le lavorazioni, Simone esce dalla band a inizio del 2014. Dopo alcune prove con diversi cantanti, a Settembre entro in formazione e concludiamo i lavori del disco, uscito ad Agosto 2015. Dopo un periodo di promozione in Sardegna riprendiamo il lavoro sul nuovo materiale, ma ci rendiamo conto che c'è bisogno di una chitarra in più per dare più spessore ai pezzi. Nel 2016 entra in formazione Paolo Mulas (Acts of Tragedy) a darci man forte. Con lui chiudiamo il nuovo disco, che verrà pubblicato nel 2017 per Sliptrick Records. Attualmente siamo occupati al 100% nella promozione del disco.

“The Day We Shut Down the Sun” è uscito alla fine dello scorso anno, e potrete trarne un bilancio. Come è stato accolto dal vostro pubblico, e come dalla critica di settore?
Aaron: Direi che da entrambe le parti abbiamo ricevuto responsi positivi. Il pubblico ha apprezzato l'album e ha provato anche ad interpretare il concept, quindi andando oltre l'ascolto superficiale. Le recensioni, comprese quelle estere, sono andate benissimo, e non potevamo essere più soddisfatti di così.

Come ho scritto nella recensione, il particolare che si nota di più nell’album è l’originalità del genere: mescola groove, doom, post-metal e tanto altro in un connubio molto coeso e unitario. Come è nato questo stile?
Aaron: Probabilmente il motivo di questo mix risultante è che non abbiamo deciso a tavolino un genere particolare, ma solo una direzione come base di partenza. Questo sta alla base anche dei precedenti lavori, abbiamo dei riferimenti iniziali ma che non sono scolpiti nella pietra.

Un’altra cosa che spicca molto è il vostro songwriting, pieno di sfumature e sempre equilibrato tra potenza, atmosfera, melodie. Il processo che vi ha portato a scrivere l’album proprio in questa maniera è stato lungo e faticoso oppure vi è venuto naturale?  
Aaron: È avvenuto tutto in modo molto naturale.  Avevamo già alcuni pezzi e riff proveniente da sessioni precedenti, che abbiamo recuperato e rielaborato. Altri li abbiamo completamente creati in sala, lavorando tutti insieme partendo da riff di partenza di Sergio (Boi, chitarrista della band, ndr) e Gianni (Farci, chitarrista della band, ndr). Il resto è interpretazione del pezzo, sopratutto per la parti vocali. Per noi il pezzo deve raccontare una storia e avere senso, senza essere forzato.

“The Day We Shut Down the Sun” è anche un concept album. Vi va di raccontarci qualcosa di più di quello che si nasconde nei suoi testi rispetto alle poche informazioni che si riescono a reperire online?
Aaron: I concept a volte sono album pesanti, di difficile fruibilità. Abbiamo cercato di renderlo più leggero anche non inserendo i testi nel booklet, per consentire al lettore di concentrarsi sull'ascolto, senza avere l'obbligo di tenere gli occhi sui testi. L'idea del concept nasce dal fumetto Promethea di Alan Moore,  dove la protagonista viene iniziata alla magia occulta e le viene spiegato l'origine dell'universo utilizzando i tarocchi.
Il nostro punto di partenza è che i tarocchi rappresentano qualcosa di noi, le nostre qualità. Partendo dallo zero, la carta del Matto, siamo senza coscienza, puro caos. Seguendo le altre carte, la nostra personalità emerge sino ad essere la persona che siamo, un insieme di comportamenti, ricordi e sentimenti. Ma cosa succede se percorriamo al contrario questo percorso? Il disco è proprio questo viaggio a ritroso, dove ci smontiamo pezzo per pezzo (carta per carta) sino a tornare allo zero primordiale. Le canzoni sono state collocate in modo da rappresentare questi stati diversi di coscienza, come se fossero ambientati in quel momento.

Domanda classica da intervista: quali sono le vostre principali influenze?
Aaron: traiamo maggiore ispirazione dalla scena grunge anni 90, dai Tool e dai Pantera. E' chiaro che però tutto quello che ascoltiamo ha influito nel nostro songwriting, ma quando il gruppo è stato fondato l'idea generale era quello di unire questi elementi, insieme allo stoner e allo sludge.

Altra domanda per me tipica: ci sono gruppi lontani dal vostro genere che però amate, o addirittura che riescono a influenzarvi?
Aaron: Personalmente sì, anche al di fuori dal metal che comprende già tantissimi sottogeneri. Sono un fan dei Blind Guardian da sempre, ma posso ascoltare con piacere i Banco del Mutuo Soccorso, passare per i Dead Can Dance e godermi un album dei Pogues, o di Florence + The Machine o di Amanda Palmer. Se riesco ad individuare qualche elemento interessante diverso dal resto, difficile che non lo ascolti o apprezzi, e ad un certo punto, lo interiorizzo.
Maurizio Mura: Childish Gambino
Sergio Boi: Prodigy
Gianni Farci: Elliott Smith

A un osservatore esterno come me, a livello metal la Sardegna sembra una regione che non spicca per quantità di band, ma in compenso può vantare un ottimo livello di qualità, con diversi gruppi. Mi confermate che è proprio così? E in generale, qual è la vostra opinione sullo stato di salute e sul livello della scena metal della vostra regione?
Aaron: Confermo che è peggiorato da un punto di vista di quantità rispetto a magari quando ho iniziato io, ormai quasi vent'anni fa. Eravamo in pieno momento nu metal e tutti volevamo suonare, si andava per concerti in massa e in generale si viveva di più la musica. Col tempo non c'è stato quel ricambio che ci si aspettava, ma i ragazzi e ragazze delle generazioni successive che hanno preso lo strumento in mano sono molto più preparati e bravi rispetto a quando avevamo la loro età. E ora che ci sono molti più mezzi per “uscire” fuori dall'isola questo consentirà loro di farsi conoscere molto più facilmente, e se lo meritano tutto. Per il resto, abbiamo tante band molto valide in Sardegna: Elepharmers, Raikinas, Black Capricorn, Desert Hype, Raw, Charun, Iato, Worst Enemy, Vultur, Deathcrush... la lista è bella lunga!

Quali sono i piani futuri dei The Blacktones?
Aaron: Stiamo ancora promuovendo il disco, per cui abbiamo accantonato per i lavori sul nuovo materiale. Abbiamo dei video ufficiali in lavorazione e un minitour in organizzazione. Siamo molto carichi, sarebbe il nostro primo tour fuori dall'isola!

Il finale è sempre a piacere. A voi concludere come volete questa intervista…
Aaron: Grazie di cuore per lo spazio concessoci, per chi ancora non avesse avuto modo di ascoltare il nostro disco ci può trovare sul proprio canale di musica digitale preferito, su Spotify ad esempio siamo qui.
A presto!
Aaron & The Blacktones

Intervista a cura di Mattia

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