Pagine

7.09.2018

Byzantine - Oblivion Beckons (2008)

Per chi ha fretta:
Oblivion Beckons (2008), terzo album dei Byzantine, è un lavoro che risente delle tensioni interne ed esterne che gli americani attraversavano all’epoca – e che li portarono in breve allo scioglimento. Se da un lato il groove metal moderno, intricato e con influenze variegate è lo stesso genere personale che ha dato loro una certa fama, stavolta il gruppo manca di ispirazione. Molti brani non lasciano granché il segno: colpa forse anche di una certa di mancanza di mordente. Per fortuna, nella scaletta sono presenti alcune belle zampate, come la rapida e potente Nadir, la bifronte title-track, l’energica Catalysta, la nervosa Receiving End of Murder e la coinvolgente Deep End of Nothing. Anche per questi, Oblivion Beckons risulta un lavoro non eccezionale ma discreto e piacevole, che i fan del groove metal moderno potranno gradire.

La recensione completa:
Nella maggior parte dei casi, tensioni e problemi non sono un elemento positivo per un gruppo musicale. Al netto di quei pochi che riescono a farne tesoro e a uscirne con tenacia, di solito gli effetti di una situazione simile sono tutti negativi, in special modo durante la registrazione di un album. Se ciò accade, in novantanove casi su cento il risultato finale, se non scadente, sarà almeno limitato: è così ad esempio per Oblivion Beckons, terzo album dei Byzantine. Nelle sue tracce, si sente che gli americani attraversavano un periodo di tensioni esterne, dovute alla fine del contratto con Prosthetic Records, e interne agli stessi membri. Tensioni che porteranno la band di Charleston (West Virginia) dritta allo scioglimento, di fatto avvenuto ben prima della pubblicazione – seppur l’annuncio ufficiale fu dato proprio all’uscita di Oblivion Beckons. Il genere al suo interno è lo stesso che aveva portato una discreta fama ai Byzantine con gli album precedenti: un groove metal moderno e intricato, con un ampio ventaglio di influssi che vanno dal thrash al metalcore. È un genere interessante, personale e variegato: a tratti punta sulla melodia, altrove invece aggredisce bene, in un equilibrio tutto sommato buono. Purtroppo, però, Oblivion Beckons soffre in primis di una certa mancanza di ispirazione: spesso è piuttosto generico, con molti brani anche piacevoli, ma che dopo centinaia di ascolti non si lasciano ricordare granché. Soprattutto, però, spesso ai Byzantine manca un po’ di mordente: a volte anche i momenti più potenti si perdono, non vengono valorizzati a dovere. Non tutto l’album soffre di questi difetti: al contrario, Oblivion Beckons piazza alcune belle zampate, che colpiscono a dovere, e altre sono se non altro piacevoli. In generale, però, è un lavoro ondivago e a tratti confuso: colpa, probabilmente, proprio di quei problemi che i Byzantine attraversavano in quel periodo.

Un intro coi “bip” di un telegrafo (compongono tre volte le parole “absolute horizon brings death” in codice Morse), poi Absolute Horizon entra nel vivo calma e preoccupata. Ma è solo una finta: presto la musica svolta su una norma vorticosa e potente: di solito il ritmo è veloce e il riffage di sopra è grasso, potente, groove metal venato di thrash. Ogni tanto questo rallenta, ma il riffage rimane sempre abbastanza potente, grasso, corredato dalla voce di Chris “OJ” Ojeda” che rimane uno scream. Il cantante dei Byzantine cambia registro solo nei ritornelli: ancora rapidi, sono però più preoccupati, con una base espansa e stridente che evoca una gran preoccupazione e un certo pathos. Ottima anche la frazione centrale, ossessiva e piena di dissonanze e di controtempi, con anche un vago velo metalcore. Si integra bene in un pezzo non eccelso ma piacevole al punto giusto: come apertura non c’è male. La successiva Nadir comincia con un bel florilegio di chitarre, nervoso e veloce, che lascia presto il posto a una base vorticosa, ancora di influenza thrashy. È quella che regge buona parte delle strofe: dirette, quadrate, senza grandi fronzoli, vanno avanti a lungo col loro tempo medio, interrotte solo da qualche breakdown qua e là. A volte si tratta di frazioni macinanti e rallentate, di puro impatto: a volte però la tensione scende, per refrain che tornano in parte al nervosismo iniziale, ma si mostrano più melodici, quasi lancinanti, con la voce del frontman pulita e intensa. Buona anche la parte centrale, divisa tra a metà le due anime già sentite: è un buon corredo per un pezzo semplice ma ottimo, uno dei migliori in assoluto del disco! È quindi il turno di Oblivion Beckons: comincia con un riffage martellante, circolare, che torna spesso ad aggredire lungo la traccia. Anche la norma di base però non è da meno: semplice ma graffiante, evoca un buon livello di cattiveria, grazie anche alla voce abrasiva di Ojeda e alla doppia cassa terremotante di Matt Wolfe. Si stacca invece per i chorus, che diventano all’improvviso quasi aperti, solari, calmi, con tante armonizzazioni e poco di aggressivo. Sono diversissimi dal resto, ma le due parti si uniscono bene, senza troppi spigoli: tutto sommato, il cambio di passo funziona. Una parte centrale scomposta e di origine metalcore, seguita da un bell’assolo strisciante, completa il quadro di un pezzo un po’ particolare ma di buona qualità, appena sotto al precedente per qualità.

The Gift of Discernement prende vita da con una parte melodica preoccupata ma al tempo stesso piuttosto oscura: è l’aura che gli americani cercano di evocare anche quando il pezzo entra nel vivo. Ci riescono però solo in parte: per quanto le ritmiche riottose e complicate di base non siano male – e anche il lead aperto sopra di esse le arricchisca – il tutto sembra statico, piatto, privo di grinta. Non aiutano neanche le piccole aperture più melodiche presenti ogni tanto: sono piacevoli, ma non lasciano granché traccia. Meglio va invece quando il brano si sposta su coordinate di retrogusto melodeath: è l’inizio di una progressione che alterna varie parti, quasi tutte godibili. Alcune sono più espressive e potenti, altre invece puntano più su un’aura malata, cupa – il che ai Byzantine riesce meglio che in precedenza – mentre altrove spuntano nuovi momenti espansi e d’atmosfera. Non è male come progressione, seppur tenda ogni tanto a perdersi: ne è un grande esempio il finale, che si spegne in una lunga coda pulita con solo l’arpeggio di chitarra. È buono, ma forse un po’ lungo, e non c’entra molto col resto: in generale, abbiamo un pezzo poco riuscito, forse addirittura il peggiore di Oblivion Beckons. Un lungo intro con un lead vertiginoso di chitarra, poi Expansion and Collapse parte in maniera granitica. Si conformano a questa norma sia i momenti più seriosi e arcigni che spuntano qua e là, sia le strofe, battenti e che col tempo diventano sempre più vorticose, fino a raggiungere il punto di rottura. Un breve raccordo, poi ci ritroviamo in passaggi dissonanti, strani, obliqui: non sono spiacevoli, ma rispetto al resto spariscono, e non riescono a valorizzare il complesso. Molto meglio va con la sezione di metà, più melodica e preoccupata: fosse stato il vero chorus, sarebbe stato meglio. Non aiuta poi il fatto che il pezzo duri poco, e si concluda con una lunga frazione strumentale, buona nei suoi assoli ma che non va da nessuna parte. Abbiamo perciò un pezzo a due velocità, diviso tra buoni spunti e una mancanza generale di direzione, che alla fine risulta sufficiente e nulla più – il che è un peccato, considerando che poteva essere molto meglio. Per fortuna, a questo punto l’album si ritira su con Catalyst, che esordisce dinamica e potente. Nulla, comunque, rispetto a quello che accade dopo, quando il pezzo diventa davvero energico, con un riffage vorticoso e circolare che colpisce come un pugno sia da solo che sotto alla voce urlata di Ojeda. Pian piano però la norma si addolcisce, fino a sfociare nei refrain: sono strani, obliqui, espansi, ma hanno anche una bizzarra anima catchy che nonostante tutto incide bene. La progressione si ripete, diretta e senza grandi variazioni, per alcune volte: l’unico momento in cui si stacca è la parte centrale, in cui Tony Rohrbough si esibisce in un ottimo assolo. È un altro bel momento per un pezzo semplice ma di ottima qualità: risulta senza troppa fatica uno dei migliori dell’album!

Sin dall’inizio, Pattern Recognition fa dell’ossessività la sua bandiera: parte con un macinante riffage groove che si trasforma poi in uno più espanso e panteriano (ricorda da lontano addirittura Walk). È quello che fa da sfondo a gran parte delle strofe: l’ambiente si apre solo per ritornelli un po’ più preoccupati, ma in cui il ritmo è ancora abbastanza sostenuto. Solo al centro la situazione si calma, con un passaggio calmo, retto dalla chitarra pulita e su cui spunta un campionamento con una voce femminile: è il preludio a una ripresa della parte metal. All’inizio è calma, ma poi pian piano si fa rutilante e di gran potenza, pur mantenendo la stessa impostazione: il risultato è lancinante, il passo migliore del pezzo. Anche il resto però non è da meno: abbiamo un brano forse non eccezionale ma godibile al punto giusto. È ora il momento di rifiatare con Renovatio, interludio a base di arpeggi di chitarra puliti che si intersecano con lievi effetti e un lead lontano, malinconico. All’inizio il tutto è calmo, anche se pian piano assume una natura più oscura. È la fine di un interludio per il resto molto classico, forse anche troppo (ricorda molto Kaiowas dei Sepultura), ma che in fondo anche vista la breve durata non dà granché fastidio, e introduce bene Centurion. Questa si stacca progressivamente dalla precedente e si mostra ancora una volta rocciosa e cupa, col riffage ben accompagnato da un lead lugubre. Pian piano questa norma si evolve, per strofe ancora più grasse, strisciante, aggressive: ogni tanto questo macinare è un po’ sterile ma per fortuna i Byzantine variano abbastanza la formula. Presto spuntano ritornelli più aperti, melodiosi, che colpiscono grazie a una bella nostalgia: sono la parte migliore di un pezzo per il resto piacevole, ma che non va molto oltre, e spicca poco all’interno di Oblivion Beckons. Va molto meglio con la seguente Receving End of Murder, che sin dall’inizio si mostra arrembante. Quando entra nel vivo, poi, abbiamo una cavalcata veloce, nervosa, con un riffage ancora di influsso thrash ben aiutato da Ojeda, che usa un pulito preoccupato. Il cantante sfodera un feroce scream solo quando la musica si potenzia e si fa più arrabbiata. Di solito sono brevi momenti, ma al centro – e in parte nel finale – divengono più lunghi e tortuosi: gli americani cominciano ad alternare una serie di momenti tutti diversi, ma tutti accomunati dall’aggressività e da una gran potenza. Ben incastrati, creano un affresco a tratti caotico ma sempre d’impatto: è quanto serve a corredare un altro buon pezzo, non tra i migliori del disco ma poco lontano!

Un intro martellante e volutamente secco, poi All Hail the End Times entra in scena rutilante, con un riffage grasso e potente che presenta quasi un influsso death nel suo zigzagare – ma al di sopra non c’è il growl bensì dei cori riottosi. È una delle norme di base del pezzo: si alterna spesso con fughe meno potenti ma nervose e rapide, che in certi frangenti a loro volta acquisiscono potenza e rallentano, per dei brevi passaggi tempestosi, cupi, persino con un vago retrogusto black. È la stessa angoscia che torna anche nella seconda metà, vertiginosa e piena di cambi repentini di umore, che la portano a tratti su lidi più esplosivi e potenti, altrove invece persino verso il pathos, altrove ancora verso una bella ferocia. Di nuovo, sono tutti  ben incastrati in quella che è la frazione migliore di un brano non eccezionale, ma almeno di qualità più che discreta. La successiva Deep End of Nothing parte da un breve fraseggio pulito, che introduce il tema musicale poi ripreso dal riffage principale, come sempre energico e tagliente. Torna spesso in diverse forme a dividere le varie parti del pezzo, in particolare strofe dissonanti e le fazioni più arcigni e rabbiosi che compaiono di tanto in tanto. Stavolta però gli americani ci stupiscono: al centro, la musica svolta su una lunga frazione quasi da metal classico, in cui Ojeda, Rohrbough, Wolfe e il bassista Michael “Skip” Cromer incrociano tutti e quattro veloci assoli di chitarra, tradizionali e molto ben studiati. È la ciliegina sulla torta di un pezzo schematico ma coinvolgente al punto giusto: non è tra i migliori di Oblivion Beckons, ma giusto per un pelo! L’album è ormai alla fine, e per l’occasione i Byzantine schierano A Residual Haunting, con cui mostrano il loro lato più thrash, in una misura fin’ora mai sentita. Sin dall’inizio, riporta all’epoca d’oro del genere, sensazione acuita poi quando entra nel vivo un riffage graffiante, che ricorda gente come Anthrax o Death Angel – nonostante presto Ojeda arrivi con il suo scream a spezzare l’illusione. Il tutto avanza alternando passaggi più orientati sul lato aperto del genere, in cui spuntano lead disimpegnati, e altri invece di pura potenza ritmica, con in mezzo qualche accelerazione che porta la musica ad abbandonare il mid tempo originale. La natura più moderna del gruppo torna invece alla carica solo al centro: se la base è ancora thrashy, il tutto diventa più truce, cupo, dissonante, fino a sfociare in una coda ossessiva e malata, di influsso metalcore. È un finale adeguato per un’altra traccia di buona qualità: nonostante la differenza stilistica, non stona come conclusione del brano!

Per concludere, Oblivion Beckons è un lavoro discreto, piacevole per lunghi tratti e con alcuni pezzi ottimi. Ovviamente, fosse stato tutto di questo livello, invece che ondivago com’è, sarebbe stato meglio: in fondo però ci si può accontentare. Se perciò ti piace il groove metal moderno, puoi anche farci un pensiero: non sarà il migliore dei Byzantine, ma è probabile che lo troverai comunque di tuo gradimento!

Voto: 71/100

Mattia

Tracklist:

  1. Absolute Horizon - 05:02
  2. Nadir - 03:40
  3. Oblivion Beckons - 03:53
  4. The Gift of Discernment - 05:27
  5. Expansion and Collapse - 03:42
  6. Catalyst - 03:34
  7. Pattern Recognition - 04:15
  8. Renovatio - 02:16
  9. Centurion - 04:21
  10. Receiving End of Muder - 04:12
  11. All Hail the End Times - 03:46
  12. Deep End of Nothing - 05:37
  13. A Residual Haunting - 04:13
Durata totale: 53:58

Lineup:
  • Chris "OJ" Ojeda - voce, chitarra, pianoforte
  • Tony Rohrbough - chitarra e tastiera
  • Michael "Skip" Cromer - chitarra e basso
  • Matt Wolfe - chitarra e batteria
Genere: groove metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Byzantine

Nessun commento:

Posta un commento